GIULIO CESARE

L’uomo, le imprese, il mito

Roma , Chiostro del Bramante

24 ottobre 2008 – 05 aprile 2009

 

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Nota informativa (fonte Studio Esseci)

a cura comitato organizzativo della mostra  

 

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Il Chiostro del Bramante ospita una mostra di grande interesse dedicata ad un protagonista importante della storia: “Giulio Cesare. L’uomo, le imprese, il mito”, la prima rassegna espositiva  dedicata al padre del futuro Impero Romano.

 

Sono  oltre duecento le opere scelte dai curatori della mostra nei più importanti musei italiani ed europei per raccontare un’avventura straordinaria: l’ascesa al potere di Gaio Giulio Cesare, condottiero abilissimo, celebrato scrittore, sottile politico, brillante uomo di mondo, primo dittatore unico della res publica romana, padre adottivo di Gaio Cesare Ottaviano, suo pronipote,  destinato a succedergli con il titolo di Augusto.

Una vicenda, la sua, che si consuma entro un arco di tempo relativamente breve – luglio del 100 a.C., anno della sua nascita da Gaio Cesare e da Aurelia Cotta, e 15 marzo del 44, data del suo assassinio nella curia di Pompeo - , quanto mai travagliato e ricco di eventi, spesso dolorosi e tragici, per la vita della repubblica ormai al suo tramonto naturale. Una carriera politica, quella di Cesare, intrapresa ad età ormai adulta, inconsueta per quei tempi, e tuttavia foriera di esiti incredibili ma non tutti imprevisti. Un “successo”, diremmo oggi, ottenuto con molte abilità, comprese astuzia e forza, che lo ha visto comunque assoluto protagonista, sempre in prima fila, si tratti di una disputa in senato o di un campo di battaglia.

Sono questi alcuni dei tratti salienti di una poliedrica personalità, difficile da circoscrivere e da esaminare esaustivamente, che si ritrovano anche nelle poche effigi certe che gli sono state attribuite e che ci sono pervenute attraverso i tempi. Non a caso la mostra ha inizio con il celebre ritratto detto Cesare “Chiaramonti, delle collezioni dei Musei Vaticani, scelto dagli organizzatori come immagine-logo dell’esposizione, che ci presenta  il Nostro in età matura, le guance scavate dalle fatiche e dalle privazioni – come non ricordare le lunghe marce condivise con i suoi soldati, ad esempio? - la fronte alta e rugosa, lo sguardo penetrante, deciso e volitivo. Un ritratto realistico, “romano” potremmo dire, e tuttavia idealizzato, secondo canoni estetici propri dell’arte di quel tempo, niente affatto immune dall’influsso greco, che fa del medesimo Cesare una sorta di immagine celebrativa, spesso dovuta alla propaganda di Ottaviano, con l’ovvio intento di ripristinare l’immagine aurea del padre dittatore, brutalmente assassinato.

Assieme a Cesare, tra i protagonisti della scena politica e sociale del suo tempo stanno  personaggi del calibro di Cicerone, qui presente attraverso il magnifico busto dei Musei Vaticani, unico ritratto concordemente riconosciuto dell’inquieto quanto cauto avversario del Nostro, portavoce della parte patrizia del Senato, ostile a Cesare; poi  ancora Crasso, forse identificato in una splendida testa marmorea del Museo del Louvre, l’uomo alle cui immense ricchezze Cesare fece appello in più occasioni per accaparrarsi clienti e voti al momento propizio; e  Marco Emilio Lepido, identificabile in una bella testa del Museo Archeologico di Chieti, che partecipò, assieme a Marco Antonio e a Ottaviano, al secondo triumvirato. Per non dire di Pompeo, ultimo avversario, sconfitto da Cesare a Farsalo.

Di molti dei suddetti protagonisti le tracce archeologiche e storico-artistiche sono vaghe. I tempi difficili, caratterizzati da distruzioni dovute al susseguirsi degli eventi bellici e dall’esercizio frequente della damnatio memoriae, atta a cancellare il ricordo, anche visivo, del nemico sconfitto, ci hanno spesso privato di immagini sicure. Altri “segni” significativi ma numericamente essenziali ci permettono di evocare, attraverso l’oggetto figurato, storie o frammenti di storie pervenuteci da quest’epoca complessa. È il caso della sella curule scolpita  nel marmo, oggi al Museo Nazionale Romano – cui si accosta lo sgabello bronzeo ritrovato a Pompei, ora nelle collezioni del Museo Archeologico di Napoli -, sedile proprio dei magistrati e come tale relato a molti momenti della carriera pubblica, o cursus honorum, di Cesare  e della tavola bronzea dagli scavi di Eraclea, oggi a Napoli, in cui è riportata iscritta la Lex Iulia Municipalis, legislazione riferita all’assetto delle città promosso in Italia in età cesariana.  Il rilievo con scena di costruzione dell’antico porto di Terracina, di età tardo-repubblicana, è invece indicativo della grande attività edilizia intrapresa da Cesare, culminata nell’erezione, a Roma, del Foro e successivamente del tempio dedicato a Venere Genitrice, patrona della Gens Iulia. Insieme a tale azione, l’accoglienza assai favorevole ottenuta da Cesare presso i ceti popolari si deve anche alle energie, anche economiche, spese dal Nostro nella organizzazione di giochi gladiatori, annessi in un primo momento a cerimonie funebri di particolare solennità. Di ciò dà splendida testimonianza il grande fregio rinvenuto ad Amiternum, nell’attuale Abruzzo, in cui coppie di gladiatori, beniamini del pubblico almeno quanto i nostri calciatori, si scontrano in  combattimenti cruenti.

Le ingentissime spese sostenute da Cesare, secondo le fonti, per tali o simili iniziative, pare ne abbiano drasticamente ridotto il già scarso patrimonio – Cesare, si sa, discende da nobile famiglia, non però particolarmente agiata; il che spiega, ad esempio, l’ubicazione della casa paterna alla Suburra, quartiere tra i meno ambìti dal patriziato romano – e lo abbiano invece costretto più volte ad indebitarsi fortemente, ad esempio presso il già ricordato Crasso, l’uomo più ricco del suo tempo. La strada praticabile per mantenere gli impegni presi con i creditori era una sola: l’esercizio del potere militare e politico nei territori posseduti da Roma a Oriente e a Occidente, espediente diretto già testato da molti – si veda, ad esempio, l’avventura di Verre in Sicilia stroncata dall’invettiva ciceroniana in quegli anni – per rimpinguare di botto e di molto le magre risorse personali.

La campagna di Spagna prima e specialmente le campagne in Gallia poi, intorno agli anni 60-50 del I secolo a.C.,saranno le occasioni principali sfruttate dal Nostro per costituirsi un ingente patrimonio, tramite acquisizioni di vario tipo, tra cui tassazioni e più rari saccheggi.

L’impresa contro i Galli, magistralmente descritta da Cesare stesso, seppure in terza persona, ne La guerra gallica, impegna l’imperator, cioè il comandante dell’esercito affidatogli, per alcuni anni, tra 58 e 52, ed è un evento documentato anche a livello archeologico, oltre che letterario. Della Gallia Transalpina di età cesariana, la mostra espone armi provenienti sia dal celeberrimo assedio di Alesia – momento clou dell’impresa, in cui Vercingetorige, comandante dei Galli, è costretto alla resa – che da altri territori. È il caso di alcune punte di giavellotto e di frecce rivenute nelle fortificazioni della città gallica, ora conservati nel Musée d’archéologie nationale a Saint Germain-en-Laye, nei pressi di Parigi, insieme ad un proiettile di balista, sorta di catapulta di cui si espone un modello ricostruttivo del Museo della Civiltà Romana, a Roma; come pure delle splendide spade e del pugnale del museo di Chaon-sur-Saone, o degli elmi caratteristici dei legionari cesariani, rinvenuti in varie località della Gallia, anche Cisalpina. Da Cremona, dal Museo Ala-Ponzone, proviene anche un elemento decorativo di catapulta, in bronzo, riferibile alla V Legione Macedonica, mentre a Manerbio sono stati ritrovati celebri finimenti per cavalcatura in argento, di fattura gallica, significativamente decorati con un rilievo di teste mozze. Ma il pezzo forte della sala dedicata alle campagne di Gallia è costituito senza dubbio dalla grande scultura del Museo Calvet di Avignone, raffigurante un guerriero gallico in armi, probabilmente celebrativa di un qualche comandante. L’opera, un unicum nel suo genere se si eccettua un’altra scultura purtroppo acefala dello stesso museo, risente nella sua realizzazione dell’influenza romana, ormai dominante anche il campo artistico. La probabile effige di Vercingetorige è invece riconoscibile in un rarissimo aureo del Cabinet des medailles di Parigi, che ne riporta il forte, deciso profilo. Null’altro si conosce dell’intrepido difensore della libertà dei Galli, mentre va riferita ad un gallo vinto idealizzato la figura umana inginocchiata, ritratta prigioniera su un conio di Cesare, ora ai Musei Capitolini.

Dei tumultuosi avvenimenti intercorsi tra le guerre galliche e il celebre passaggio del Rubicone – oscuro  fiumicello identificato oggi idealmente con l’omonimo torrente ai confini del territorio riminese, il cui corso originario ci è però del tutto ignoto – rocambolescamente raggiunto da un Cesare smarritosi per l’attuale campagna romagnola, non resta traccia archeologica sicura, né opere d’arte che possano riferirsi con certezza ad essi. La guerra civile, composta da Cesare con stile asciutto ed elegante, è opera di propaganda, tesa a giustificare un atto di ribellione alla volontà del Senato che, sobillato – è vero – da Pompeo, ex-amico del Nostro e in vena di rivendicazioni di potere, aveva ordinato a Cesare lo scioglimento del suo esercito e il rientro a Roma. Da parte sua, forte dello sgarbo subito dai tribuni della plebe – fra cui Marco Antonio – ad opera del senato stesso, Cesare, offeso, decide la “liberazione” della capitale, nel frattempo ignominiosamente abbandonata al suo destino da un Pompeo irriconoscibile – diciamo: molto meno Magnus di un tempo – e dai senatori ottimati, contrapposti ai popolari, partigiani di Cesare.

Il resoconto delle operazioni di guerra come dei tentativi continuamente ricercati per la ricostituzione della pace all’interno della Repubblica è straordinariamente evocativo di un Cesare ormai deciso allo scontro e alla risoluzione finale. Di tale sicurezza e forza è drammaticamente espressivo il ritratto del dittatore proveniente dal foro dell’antica Tuscolo, ora presso le raccolte del Museo di Antichità di Torino, trasferito in Piemonte per volontà dei Savoia. Ritenuto da alcuni storici dell’arte antica l’opera più prossima alle fattezze fisionomiche originali del Nostro, questo capolavoro della plastica romana presenta anomalie esecutive evidenti, dovute probabilmente all’intento di rappresentare il condottiero al vero, senza idealizzazione.

Una ripresa suggestiva di un Cesare “immaginato” si ha invece nel capolavoro in scisto verde dei Musei di Stato di Berlino, eccezionalmente concesso in prestito alla mostra. Opera postuma, dovuta probabilmente alla committenza di Ottaviano e realizzata in Egitto da artisti alessandrini, il “Cesare verde” – come è più noto – ci introduce a considerare il capitolo risolutivo della guerra italica, quello noto come Guerra Alessandrina. Sconfitto a Farsalo, in Tessaglia, Pompeo fugge ad Alessandria, fiducioso nell’accoglienza di Tolomeo XIII.  Qui l’attende, invece, la morte: Pompeo è assassinato dai sicari inviati dal prefetto Achilla, di fatto reggente al posto del re, troppo giovane per esercitare effettivamente il comando, e la sua testa conservata in attesa dell’arrivo di Cesare, postosi sulle tracce del fuggitivo. Sappiamo dalle fonti che il dono non è affatto gradito; anzi, Cesare ne approfitta per porre sul trono d’Egitto Cleopatra VII, donna di doti intellettuali e politiche non comuni, sorella e giovane sposa di Tolomeo. Della più celebre sovrana d’Africa la mostra espone documenti straordinari: il celebre ritratto ellenistico dei Musei Vaticani, rinvenuto a Roma e riconducibile al soggiorno della regina nella capitale tra 46 e 44 a.C.,  molto vicino a quello berlinese con cui condivide la fama di veridicità fisionomica, e l’eccezionale busto in basalto della sovrana da Torino, Museo Egizio, ritratta nei tradizionali costumi del faraone, recentemente riproposto all’attenzione della critica come ritratto di Cleopatra. Degne di nota anche due steli: l’una, piccolissima e praticamente inedita, un in collezione privata francese, un unicum iconografico, con Cesarione ritratto al centro come Khonsu, tra Amon-Cesare e Mut-Cleopatra; l’altra, più nota e dal Museo Egizio di Torino, con Cleopatra offerente e il figlio avuto da Cesare al suo fianco.

 

Del “mitico” Egitto dei Tolomei, fertile territorio ricco di messi e crocevia di traffici di merci preziose, ci  parlano inoltre una serie di opere d’arte realizzate nell’età di Cleopatra VII, talvolta al Alessandria stessa – ed è probabilmente il caso del finissimo emblema musivo a soggetto nilotico dell’Antiquarium Comunale di Roma – o in Italia, nell’agro campano ad esempio, amatissimo luogo di villeggiatura del patriziato romano, che ne frequentava specialmente le coste, costellate di ville tra cui quella di Cesare, ubicata nei pressi di Baia. L’influenza dell’arte egizia si rileva così sia nei monili ostentati dalle matrone – come anelli e bracciali a forma di serpente ritrovati a Pompei e ad Ercolano – sia nei culti religiosi, soprattutto quello di Iside, cui si riferiscono il bellissimo bicchiere d’argento e una coppia di uccelli sacri, gli ibis, in marmo, rinvenuti in area vesuviana. Una regina tolemaica di incerta identificazione è protagonista di una strepitosa incisione su cornalina montata in oro e pietre preziose, oggi alla Bibliotèque nationale de France, e rimanda nello stile all’influenza ellenistica allora imperante sul delta del Nilo. Il grande fiume è oggetto anche di un rilievo in terracotta policroma, realizzato a matrice, dei Musei Vaticani: al di là di una doppia arcata prospiciente una loggia, vi nuotano coccodrilli e ippopotami, insieme ad uccelli acquatici e a una coppia di amorini pescatori.

Un imponente ritratto di Giuba I, re di Numidia, ora al Louvre, ricorda gli ultimi atti della campagna di Cesare in Egitto, quando questi sconfisse  nel 46 lo stesso re,  assieme agli ultimi pompeiani superstiti che avevano trovato accoglienza nel suo regno.

Il grande salone che segue è dedicato ad accogliere straordinarie opere d’arte di età cesariana, a documentare i lusso e la bellezza delle case del patriziato romano, nell’Urbe come altrove nel territorio della repubblica. Organizzato come quello di una domus signorile del I sec. a.C. , lo spazio si presenta organizzato per ambienti, ad iniziare da un atrio, caratterizzato, com’era d’uso, dalla presenza dei ritratti dei “padroni di casa” – qui presenti attraverso celebri sculture, tra le quali spicca la bellissima testa di Ottavia, del Museo Nazionale Romano, insieme a due forti ritratti virili del Museo Archeologico di Chieti - , per poi suddividersi in ambienti minori, i cubicula,  disposti attorno ad un vano centrale più ampio. Tra i monumenti marmorei di prim’ordine, di fattura neoattica – stile di moda a Roma in quel tempo –, spiccano alcuni grandi puteali con rilievi di Menadi e Satiri, dai Musei Capitolini e da Palazzo Massimo, di squisita fattura, insieme al celebre vaso marmoreo del Louvre, detto “di Sosibio”, per via della firma apposto dall’autore sullo stesso, un artista greco di cui non ci è pervenuta altra notizia. Altri arredi marmorei completano l’apparato decorativo della casa – occorre ricordare le grandiose, suntuose lucerne ritrovate a Fianello Sabino, insieme a basi di candelabro lavorate a rilievo e ad alcune lastre decorative, come quella, importante, con scena di libagione, ora al Louvre. Ed è la scena raffigurata su questo rilievo – raffigurante una Vittoria alata nel mentre versa del vino in una coppa sorretta da Apollo – ad invitarci ad ammirare delle argenterie eccezionali, prototipi delle più tarde argenterie di età augustea. È il caso del Tesoro di Arcisate, conservato al British Museum ed esposto in Italia per la prima volta dai tempi del suo ritrovamento, splendido esempio di argenteria realizzata per la mescita e la distribuzione del vino – l’argentum potorium dei romani -, in perfetto stato di conservazione, e dell’argenteria ritrovata nei pressi di Pompei, a Boscoreale, nella seconda metà dell’800, oggi conservata a Roma, ai Musei Capitolini. A tali lussuosi oggetti si affiancano splendide coppe ritrovate nell’antica Gallia, oggi al museo di Chaon-sur-Saon, e soprattutto due cantari decorati a sbalzo con scene mitiche provenienti da Ercolano e Pompei, tra le creazioni più alte della toreutica di questo periodo. Né deve meravigliare il ritrovamento di tali costosissimi strumenti in città dislocate a una certa distanza dalla capitale: l’area vesuviana, insieme a tutta la costa del basso Lazio odierno, fu frequentatissima nell’antichità. Qui sorgevano, tra le altre, una villa di Cesare – oggetto in questi giorni di un dibattito sulla sua ubicazione – e quella di Cicerone, come pure quella di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, in qualità di padre dell’ultima moglie del dittatore, la celebre Calpurnia.

È da questa imponente, lussuosissima dimora, più nota col nome di “Villa dei Papiri” ad Ercolano, già oggetto di scavi alla fine del XVIII secolo, che ci arrivano due affreschi con scene di paesaggio, rarissimi esempi di pittura romana di secondo stile, qui esposti assieme ad un grandioso frammento di pittura parietale dall’altrettanto celebre “Villa dei misteri” di Pompei. I deliziosi paesaggi ercolanensi decorano, in mostra, un cubiculo destinato a stanza da letto, in cui troneggia un suntuoso letto da Amiternum, in Abruzzo, in bronzo ageminato in oro e argento, esempio raffinatissimo di nobile arredo di età cesariana. Tra i bronzi esposti, da notare anche il grande cratere da Pompei, al centro della sala.

Oltre alle argenterie, le arti suntuarie del periodo sono qui documentate attraverso splendidi oggetti di varie tipologie e di uso: tra i vetri, celebri quelli contraddistinti per la lavorazione “a cammeo” , come il piatto a soggetto dionisiaco del Museo Archeologico di Napoli e il frammento con “Perseo che libera Andromeda”, del Cabinet des medailles di Parigi, capolavoro assoluto di tale difficilissima, costosissima tecnica. Oltre ad altre coppe in vetro “millefiori”, la mostra espone una magnifica coppa in calcedonio rosa a forma di foglia concava, ritrovata in Sardegna ed oggi conservata a Cagliari, ed uno splendido vaso in faïance azzurra del Museo Archeologico di Altino. A tali pregevolissimi oggetti, esemplari della ricchezza di un’abitazione della nobilitas romana, dobbiamo accostare un unicum di rilievo assoluto: una lucerna a due becchi in oro massiccio, rinvenuta in una casa di Pompei, custodita nella cassaforte del Museo Archeologico di Napoli, magnifico esempio del grande lusso di cui amavano circondarsi i romani più abbienti.

Dell’amore per il bello sono indicativi anche i preziosi monili esposti: da una serie di lunghe collane in oro, utilizzate anche intrecciate agli abiti, agli specchi in argento, agli anelli e alle gemme preziose. Tra queste ultime, veri capolavori della glittica di età cesariana sono il grande cammeo in sardonica con “Giove che fulmina i giganti delle collezioni del Museo di Napoli, già appartenuto a Lorenzo dei Medici, e il magnifico intaglio in ametista con la dea Artemide, della medesima raccolta, insieme all’acquamarina con Nereide e al cammeo in cornalina con ritratto di bambino della collezione del Cabinet des medailles di Parigi; né si può sottacere il cammeo in sardonica con profilo di Ares, capolavoro delle glittica ellenistica, ed altre gemme preziosissime provenienti da vari musei, a documentare al meglio l’altissima qualità della produzione di questa difficile arte. Gioielli del genere erano appannaggio specialmente del ramo femminile di una casata. Alla donna spettava, tra altre cose,  il governo della domus, ricca di ornamenti, spesso riprodotti nei mosaici pavimentali – si noti il bel tappeto musivo policromo dalla Villa della Ruffinella nei pressi di Roma, ora a Palazzo Massimo – e nella decorazione parietale, come si evince anche dall’affresco con erma femminile, proveniente niente di meno che dalla casa di Livia, moglie di Ottaviano Augusto, sul Palatino, ed ora conservato a Napoli.

Una tipologia tutta particolare di preziosi si ammira nella stanza successiva, ad indicare un particolare uso – quello propagandisticocui servivano splendide gemme, insieme a  monete d’oro e d’argento. Fra gli oggetti esposti spicca per l’assoluto valore artistico e per l’inedita iconografia il grande piatto argenteo ritrovato ad Aquileia, o patera, oggi nelle collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna, e che rientra temporaneamente in Italia per la prima volta dal suo ritrovamento, per questa unica occasione espositiva. Vi sono effigiati a sbalzo una serie di personaggi per lo più femminili a carattere allegorico, disposti intorno ad una grande figura maschile in veste di sacrificante, in cui la critica più recente indica Marco Antonio in Egitto, al tempo dei suoi amori per Cleopatra. Tra le gemme, in particolare meritano attenzione uno strepitoso intaglio in calcedonio chiaro con il profilo di Cesare, dalla Bibliotéque National de France, dove l’imperator è cinto del diadema ellenistico; il che ne indica la certa realizzazione in una officina alessandrina, al tempo del soggiorno di Cesare in Egitto. L’effige del generale è riprodotta anche in un emblema dorato posto a castone di un anello ora al British Museum di Londra. Simili gioielli dichiaravano apertamente l’appoggio alla persona e alla politica di Cesare da parte del possessore. Lo stesso accadeva a chi portava al dito l’anello con il profilo di Marco Bruto, il cesaricida, proveniente dal Cabinet des medailles di Parigi; o a quanti, più neutralmente stante la “variabilità” politica del personaggio in questione, si proclamava amico di Cicerone, mostrandone l’immagine intagliata in una bella corniola oggi a Londra.

Altre gemme, nel nostro caso provenienti dal Museo Archeologico di Altino, recano raffigurazioni riferibili alle campagne e alle vittorie cesariane – ad esempio la nave, o il busto di Nike -, mentre alcuni simboli, quali la spiga, la cornucopia e il globo presenti su un calcedonio del Museo Archeologico di Napoli, rimandano al successo e alla carriera politica di Cesare. Non è un caso che gli stessi siano riproposti, insieme ad altri, nel verso delle monete fatte coniare da Cesare; il che ci permette di seguirne letteralmente le varie fasi. Ma si noti, in particolare, il conio con l’immagine di un elefante, dai Musei Capitolini, risolutivo a parere dei più dell’origine del patronimico “Cesare”: contro la notizia di Plinio il Vecchio che ci informa del parto cesareo di Aurelia Cotta – difficilmente sopravvissuta, allora, a tale tipo di intervento -, è dal punico coesius, elefante, che sembra più probabilmente derivare il nome di famiglia.  

Tra le altre monete esposte, della massima importanza propagandistica sono poi i conȋ  emessi sia da Marco Antonio che da Ottaviano dopo l’uccisione di Cesare, il che  giustifica il profilo barbato dei due generali in segno di lutto; e soprattutto la rarissima moneta  proveniente dal Cabinet des Medailles emessa per volontà di Marco Bruto, a ricordo dell’assassinio di Cesare, qui celebrato come evento liberatorio dalla tirannia. Sono indicativi di ciò sia la data celebrativa dell’avvenimento - le Idi di Marzo -, sia i due pugnali e il berretto frigio, presenti sul verso del conio.

L’uccisione di Cesare, piuttosto che cancellarne la memoria o spegnerne la fama, contribuì al massimo all’incremento e alla diffusione del mito del primo dittatore perpetuo della repubblica: un mito in realtà già ben ravvivato dallo stesso Cesare, molto attento alla cura della propria immagine e alla sua propaganda. La ripresa  e la celebrazione solenne dell’origine divina del suo casato, la gens Iulia, discendente da Venere attraverso il troiano Anchise e da questi ad Enea, progenitore di Iulo, capostipite della famiglia cesarea, sono documentati in mostra da straordinari reperti, incluse alcune delle monete appena viste. Tra questi, anzitutto la raffigurazione di alcune scene del ciclo troiano cantato da Virgilio si noti il ritratto in marmo, oggi identificato con sicurezza con quello del poeta di corte di Augusto, dai Musei Vaticani – nell’Eneide: è il caso della straordinaria brocca, o oinochoe, in argento con tracce di doratura proveniente da Parigi, un unicum di eccezionale valore anche artistico; o la più modesta ma importantissima terracotta pompeiana con Enea fuggitivo da Troia assieme ad Anchise e Ascanio, come pure l’elegantissimo rilievo attico marmoreo con la Paride, Elena ed Afrodite, oggi a Napoli, scena che rimanda ovviamente all’origine del tragico episodio bellico.

Delle mitiche origini di Roma, successive allo sbarco di Enea nel Lazio dopo il suo lungo peregrinare nel Mediterraneo, ci parlano opere di straordinario valore iconografico, oltre che artistico: è il caso del celebre fregio pittorico dell’Esquilino, qui nel suo elemento raffigurante Romolo e Remo ritrovati nel Tevere, datato al primi tempi del regno di Augusto; e del meno noto - perché non esposto al pubblico -, grande frammento dal fregio della Basilica Emilia, riedificata da Cesare nel Foro romano, con il Ratto delle Sabine ad opera dei Latini, comandati da Romolo. L’immagine del fondatore dell’antica Roma è forse presente, secondo alcuni, in un rilievo di alta fattura che fascia un puteale neoattico, custodito oggi nel duomo di Civita Castellana; mentre altri identificano il personaggio sacrificante a Marte con Enea, qui rappresentato con le armi fabbricategli da Vulcano per volere di Venere, divinità entrambe presenti nel medesimo monumento. Al centro della sala domina, imponente, la statua di Venere Genitrice, splendido esempio di statuaria romana di II sec. d.C., copia di squisita fattura del simulacro della dea custodito allora nella cella del tempio, dedicato alla “madre” e patrona della Gens Iulia, da Cesare, nel suo Foro. L’opera, integra, rappresenta la dea vestita di una leggera tunica, il braccio destro sollevato a reggere il manto che le scivola sulle spalle, ed è oggi tra i capolavori di arte romana custoditi al Louvre. Dal tempio di Venere – oggi visibile nei suoi resti di età adrianea, in prossimità dell’ala sinistra dell’attuale “Altare della Patria” - provengono anche due frammenti decorativi recentemente recuperati, raffiguranti  una Vittoria alata e una coppia di Amorini alati.  

Una coppia di colombe, chiaro simbolo  di Venere, accompagna invece la Discesa di Enea in Averno, immortalata nella tela da Domenico Creti o da Giuseppe Gamberini. L’opera, parte del celebrato ciclo della “Galleria dell’Eneide” di Palazzo Bonaccorsi a Macerata, rappresenta l’eroe nel momento in cui coglie il ramo d’oro dall’albero. Al suo fianco, Mattia Preti ne raffigura invece la Fuga da Troia in fiamme, in una splendida tela fresca di restauro, dalle raccolte della Galleria Barberini.

I due dipinti succitati, non a caso inseriti nella sala dedicata alle origini del mito cesariano, ci introducono nella successiva sezione, appunto dedicata ad indagare, in campo storico-artistico e cinematografico, la fortuna di Cesare e la fama delle sue gesta nei secoli. Ed è proprio dal cinema che il nostro percorso riprende: in una saletta, si assiste alla proiezione di un video, appositamente realizzato, che indaga brevemente ma esaustivamente, il mito di Cesare e degli avvenimenti che lo hanno visto protagonista, a partire dal cinema muto e fino ai nostri giorni. Tra le più note realizzazioni cinematografiche è il kolossal “Cleopatra”, girato nel 1963 a Roma, a Cinecittà, da Jospeh L. Mankiewicz, interpretato da una splendida Elizabeth Taylor, con Rex Harrison nei panni di Cesare e Richard Burton in quelli di M. Antonio. Dei tre grandi protagonisti del film, la mostra espone alcuni abiti di scena, realizzati dalla Sartoria Costumi d’Arte-Peruzzi di Roma: un abito in seta e chiffon di seta ricamato a mano in filo d’oro – uno degli oltre 60 realizzati per la diva in tale occasione – e due splendide corazze in cuoio con decorazioni in bronzo fuso e dorato, lavorate “all’antica”, bagnando e quindi battendo il pellame su una forma, proprio come facevano gli artigiani di 2.000 anni fa.

L’episodio della morte di Cesare dà quindi inizio alla seconda parte della mostra, essendo lo stesso alle origini della fortuna artistica e anche letteraria del grande condottiero. Le Idi di Marzo sono il soggetto scelto dall’inglese E.J.Poynter per la sua “burrascosa” tela ora alla City Art Gallery di Manchester. Datata al 1883, il notissimo episodio raffigura Calpurnia, giovane moglie di Cesare, mentre scongiura quest’ultimo di evitare di recarsi in senato, stante i funesti presagi avvertiti in sogno dalla stessa, trasferiti sulla tela attraverso una violenta, drammatica materia coloristica di grande efficacia. Di analogo soggetto trattano i due bozzetti del Musée des Beaux Arts di Valenciennes, dipinti da A. Abel de Pujol per Luigi Filippo d’Orleans, poi trasferiti su gigantesche tele al Palais Royal, a Parigi, sfortunatamente distrutte da un incendio nel 1848.

Salendo al piano superiore del Chiostro del Bramante, si incontra poi un antico altare, noto come Ara del Belvedere per via dell’originaria collocazione ai Musei Vaticani, monumento dedicato dal Senato ad Augusto. I quattro fronti dell’altare riportano  rilievi di nobile fattura, tra cui quello con l’apoteosi del grande dittatore.

In cima alla scala, un moderno busto Ritratto di Cesare - sempre dei Musei Vaticani e rielaborato tra XVII e XVIII sec. su una testa antica, a carattere forse funerario – affianca la grande tela di Vincenzo Cammuccini, noto pittore neoclassico, autore di una inamovibile versione de La morte di Cesare conservata a Napoli, a Capodimonte. Della tela il Cammuccini realizzò una prima versione, perduta, di cui l’opera qui esposta sembra essere  preparatoria: di pertinenza della Galleria d’Arte Moderna di Bologna, il quadro lascia finalmente i depositi in cui è normalmente conservato per essere ammirato nella sua forza drammatica e nella sua gamma coloristica, carica di lividi tagli. Gli è affiancato lo splendido bozzetto, dalla medesima Collezione. Di seguito, un’altra grande opera, dovuta al romano Cesare Mariani, conservata nei depositi del Museo di Roma a Palazzo Braschi e datata al 1882, illustra il celebre episodio della Congiura di Catilina, nel mentre Cicerone in Senato accusa il giovane senatore.

Insieme a Cicerone, protagonista assoluto della vicenda cesariana è Pompeo Magno, cui l’arte, specie dal tardo Cinquecento, ha dedicato viva attenzione. Della vita del  grande generale, amico e poi nemico di Cesare, la pittura ha posto particolare attenzione alla tragica morte incontrata ad Alessandria, per tradimento. Ma conviene anzitutto ammirare in tutto il suo splendore la gigantesca tela - oggi a Prato, nelle Gallerie di Palazzo degli Alberti, opera del senese Bernardino Mei, tra i protagonisti del Barocco toscano -, raffigurante Lo svenimento di Giulia alla vista del mantello insanguinato di Pompeo, episodio riferito al ferimento del condottiero in Senato. Altri due capolavori sono esposti nella medesima sala: una sensazionale quanto difficilmente visibile opera del Rubens ed una tela del Langetti, ora al Museo di Castello Sforzesco di Milano, entrambe aventi a soggetto La consegna delle testa di Pompeo a Cesare. Il capolavoro di P.P. Rubens, conservato oggi presso il Museo d’Arte della città romena di Iasi – opera che si espone in Italia per la prima volta – è emblematica della pittura del grande fiammingo, tra i massimi pittori di sempre. La tavolozza buia, illuminata da pochi tagli di luce che accentuano la drammaticità sconvolgente dell’evento, fa emergere teatralmente l’orrore dipinto sul volto di Cesare che - sappiamo dalle fonti e dagli avvenimenti storici poi occorsi - non perdonerà al giovane Tolomeo XIII e al suo prefetto Achilla il brutale assassinio dell’amico-avversario. Analoga situazione è narrata nella tela di Gian Battista Langetti, di origini venete ma genovese di adozione e di poco posteriore al Rubens, dalla drammatica, teatrale resa.

Alle figure di Catone l’Uticense, a quella di Bruto e della moglie Porzia, figlia di Catone, è dedicata la sala successiva, dove sono esposte opere di periodi differenti. Si va dal mirabile, potentissimo e tragico urlo del Catone suicida dovuto alla mano del Langetti – a Genova, Palazzo Rosso – all’analogo soggetto interpretato in una piccola quanto intensissima tela conservata a Montpellier da F.A. Vincent, allievo di Gericault,  nel 1824. Di Bruto e Porzia, la mostra espone un dipinto, opera di Felix Auvray,  allievo di David, del Museo di Valenciennes, intitolata dal pittore Il coraggio di Porzia, moglie di Bruto, opera probabilmente eseguita durante il soggiorno romano del pittore francese, intorno agli anni 20 dell’800. Vi è ritratta Porzia mentre si trafigge una coscia col pugnale, episodio narrato da Plutarco, a sottolineare sia la disapprovazione dell’eroina del  gesto che suo marito sta per intraprendere come congiurato, sia la fedeltà a questi, promettendo segretezza sul fatto. Segue un bel dipinto, in collezione privata,  del veneziano Antonio Molinari, con il Suicidio di Porzia, opera databile all’ultima decade del Seicento: qui l’eroina è ritratta nel mentre si infigge la morte ingoiando carboni accesi, secondo quanto narrato prima da Plutarco nelle sue Vite parallele, ripreso poi dal Boccaccio, nel De Claris Mulieribus.

L’appena menzionato Plutarco è protagonista, con altri, della breve quanto fondamentale rassegna dedicata alla fortuna letteraria di Cesare, a partire dall’età medievale. La saletta che incontriamo sul nostro percorso accoglie infatti manoscritti ed opere realizzate a stampa di estrema importanza. Si tratta di codici, datati tra XIV secolo e i primi anni del XVI secolo, tra cui spiccano le prime edizioni a noi note dei  Commentarii cesariani, il De Bello Gallico e il De Bello Civili - appartenenti alle collezioni della Biblioteca dell’Università di Bologna, alla Biblioteca “Angelo Mai” di Bergamo e alla Casanatense di Roma - , insieme alle prime edizioni delle Vite dei dodici Cesari di Svetonio – da notare quella, splendida, della Biblioteca Comunale di Fermo -, alle Vite Parallele di Plutarco, ai Facta et dicta memorabilia di Valerio Massimo, fino al un raro esemplare de Li livres dou tresor di Brunetto Latini, del sec. XIV.

La memoria di Cesare in età medievale e fino al tardo ‘500 risulta indubbiamente legata ad un singolare monumento, in cui i Mirabilia Urbis Romae additavano l’urna cineraria di Cesare stesso. Si tratta del Globo dell’obelisco di Sisto V, citatissimo dalle antiche fonti letterarie; o meglio del globo già dell’obelisco del circo di Nerone-Caligola, che papa Sisto V Peretti decise di trasferire dalla sua collocazione originaria – nei pressi dell’attuale Sala Nervi in Vaticano, da cui emergeva allora praticamente solo la punta, o guglia – a quella attuale, al centro di piazza San Pietro. Il globo, per nostra fortuna, non è andato perduto, conservato com’è ai Musei Capitolini. Ammaccato dalle archibugiate inflittegli dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma, fu smontato nel 1586 da Domenico Fontana, responsabile del problematico, arduo spostamento dell’obelisco, ed “aperto”, di modo da sfatare la leggenda sul suo contenuto. La grande sfera in bronzo dorato, sormontata a sua volta da un puntale, è ora esposta in mostra, affiancata da due vetrine in cui si conservano splendide “memorie” della fama e del tributo al mito di Cesare: tra queste, la serie dei Dodici Cesari, placche in bronzo dorato di scuola padovana del Quattrocento, e un Rilievo con profilo di Cesare, in ferro, opera del Filarete, tra i protagonisti del Rinascimento, opere tutte dal Museo del Bargello a Firenze; insieme alla Spada Borgia, della Fondazione Camillo Caetani, appartenuta al cardinale Cesare Borgia, futuro papa Alessandro VI, capolavoro della toreutica del XV secolo e perciò definita “Regina delle spade”, su cui sono riportate ad incisione scene relative al Trionfo di Cesare. Da notare anche i due cammei rinascimentali, di opificio fiorentino, specie lo splendido lavoro in ametista con il Ritratto di Ottaviano Augusto, dal Bargello.

Un magnifico Ritratto di Cesare coronato di alloro, opera di Desiderio da Settignano,  oggi al Louvre, ci accoglie nel grande salone successivo, insieme ad un Busto bronzeo di Cesare di Guglielmo il Fiammingo, allievo del Cellini, dalle Gallerie degli Uffizi, e ad un eccezionale Lavabo da tavola con Cesare incoronato nell’accampamento, monumentale opera in maiolica istoriata prodotta nel ‘500 dai celebri Fontana di Urbino per il servito da tavola di Cosimo I, eccezionalmente prestata in questa occasione espositiva.

Al Trionfo di Cesare erano dedicati anche i celebri affreschi mantegneschi mantovani, i cui cartoni originali, inamovibili a motivo della loro conservazione, sono oggi presso le Collezioni Reali di Hampton Court, in Inghilterra. Ad essi fanno riferimento diretto due magnifiche tavole oggi conservate alla Galleria Nazionale di Praga, opere di P.P. Rubens – dalla cui collezione privata provengono in origine – e del suo allievo Erasmo Quellinus, in cui sono rappresentate le scene de I musici e  I carri trionfali.

Un “trionfo” singolare  è quello che la grande pittura francese tra Settecento e Ottocento dedica a Giulio Cesare e alle sue imprese in terra di Gallia. Se lo stesso Napoleone I è schietto ammiratore di Cesare come condottiero e stratega – tanto da studiarne accuratamente le opere, da scriverne in proposito e da sceglierlo come modello in più occasioni -, è merito però di Napoleone III , imperatore dei Francesi tra 1852 e 1870, l’averne accresciuto in quella terra, intenzionalmente o meno, il mito. Difensore dei  valori patriottici della Francia e promotore di una immagine degna della grandeur del suo progetto politico, il sovrano si attiva per celebrare i grandi protagonisti della storia francese, a cominciare da Vercingetorige. Di tale nuova, affascinante epopea – che vedrà l’imperatore impegnato anche fisicamente negli scavi delle fortificazioni dell’antica Alesia – sono eccezionale documento una serie di grandiosi dipinti provenienti da diversi musei francesi: è il caso della magnifica tela con Vercingetorige chiama i Galli alla difesa di Alesia, opera di F. Hermann, oggi al Museo di Clermond-Ferrant, e della celebre opera con Vercingetorige getta le armi davanti a Cesare,  di Henri Motte, eseguita nel 1886, ora al Museo di Le Puy-en-Velay, passando per l’altrettanto vivida, drammatica rappresentazione del Prigioniero Gallo con la figlia a Roma, di F.J. Barrias, del Musée Rolin di Autun, tra le massime espressioni del “realismo romantico” della pittura francese di metà Ottocento.

Insieme alla difesa dell’immagine della Gallia, antica e moderna, non  sfugge però a Napoleone III l’importanza del contributo decisivo offerto da Cesare e dalla successiva romanizzazione ai territori d’oltralpe: non meraviglia quindi incontrare, in segno di ammirazione del grande condottiero all’interno della temperie culturale promossa dall’imperatore dei Francesi, grandiosi dipinti che celebrano le gesta cesariane: si va, ad esempio, da una bella, grande  tela a firma del francese A. Abel de Pujol, che illustra un episodio della  Clemenza di Cesare - oggi a Valenciennes ed esposta al Salon del Louvre nel 1808, in cui è raffigurata la difesa di Ligario da parte di Cicerone davanti a Cesare, soggetto quanto mai raro nella pittura di sempre – allo straordinario, celeberrimo  Trionfo di Cesare, dipinto da Adolphe Yvon  nel 1857, conservato oggi al Museo di Arras, in cui l’impavido condottiero è rappresentato come detentore assoluto del potere, incurante delle sciagure apportate dalle guerre causate dalle sue conquiste. Da tale descrizione deriva però, singolarmente, un’immagine positiva del protagonista, quasi presago di un futuro che arrecherà al mondo da lui conquistato – la Gallia, nel nostro specifico caso, ma non solo – un nuovo, felice avvenire. Incarnazione del modello del nuovo imperator, è quindi a Cesare – e con lui allo stesso Napoleone III – che si deve riconoscenza e tributo, come è esemplarmente rappresentato nel bellissimo bronzetto con Il saluto a Cesare, opera di Emile Louis Picault (1833-1915), scultore preferito dell’Imperatore francese.

L’ultimo momento del nostro percorso espositivo è dedicato alla risoluzione della “crisi” egiziana, apertasi con la dichiarata indipendenza da Roma da parte di M. Antonio, e in particolare alla figura di Cleopatra, autentica protagonista della storia artistica, specie dal Rinascimento in poi. Insieme alla bellissima testa di Ottaviano Augusto delle collezioni del Museo Nazionale Romano -  databile agli anni immediatamente successivi alla vittoria da questi riportata ad Azio (31 a.C.) contro l’esercito egiziano, recentemente rinvenuta nei pressi di Roma -  e ad un bel dipinto di Domenico Muratori raffigurante La morte di M. Antonio, dalla Galleria Spada di Roma, databile al 1702, la sala conclusiva ospita un capolavoro d’eccezione: il Ritratto di Cleopatra, di Michelangelo Buonarroti, datato agli anni 30 del Cinquecento, custodito nel caveau di Casa Buonarroti, a Firenze. Il celebre disegno è affiancato da un magnifico esempio del Manierismo toscano, dovuto al pennello di Domenico Ricci detto il Brusasorci: si tratta di un Suicidio di Cleopatra, ora a Cesena, presso la collezione della Fondazione della Cassa di Risparmio della città romagnola, splendida interpretazione di un tema caro a molti pittori. Tra questi, il fiammingo Denys Calvaert, che firma nel 1590 la grandiosa Morte di Cleopatra delle collezioni della Fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna, e il bolognese Guido Reni, qui con una Cleopatra morente della Pinacoteca Capitolina di Roma, una delle più belle versioni realizzate dal maestro intorno al medesimo soggetto. Tra i massimi capolavori della scultura barocca francese si impone poi la struggente, dolcissima Cleopatra di Claude Bertin, realizzata dal grande maestro intorno alla fine del sec. XVII, opera sublime, prossima ai grandi capolavori del Bernini.

È, infine,  con una celebratissima tela dovuta al grande pittore orientalista  Jean André Rixen (1846-1924), in Italia per la prima volta assoluta e proveniente dal Musée des Augustins di Tolosa, che ha termine il nostro percorso. Il suo capolavoro, l’affascinante La morte di Cleopatra -  tela grandiosa per composizione oltre che per dimensioni, opera “mozzafiato” come è stata giustamente definita, e che riassume, includendole, le prerogative proprie della pittura “all’orientale” di età Vittoriana, diffusasi particolarmente anche in Francia oltre che in Inghilterra e nei Paesi Bassi – raffigura la regina d’Egitto, pianta dalle ancelle, ormai morta, dopo che l’aspide sacro l’ha morsa, arrecandole così sicura immortalità, come si riteneva.

Si conclude qui, almeno temporaneamente, questo straordinario viaggio nel nostro passato, alle radici del futuro Impero romano, quindi della nostra storia. “A Cesare quel che è di Cesare”, parafrasando a forza, ci sia permesso, il detto evangelico: senza nulla togliere alla piccolezza e alla grandezza di un uomo comunque eccezionale, singolare protagonista del suo tempo.

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